LA MARCIA PER LA DEMOCRAZIA

Con il doppio appuntamento dello scorso weekend, il Movimento 5 Stelle ha ribadito il proprio No al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Importante la risposta della cittadinanza, che, a dispetto della scarsa informazione sugli organi tradizionali, ha partecipato numerosa sia all’incontro informativo organizzato al Centro civico di S. Lorenzo, a Castello, sia al flash mob tra il Ponte della Costituzione ed il piazzale della Ferrovia, a cui ha presenziato anche il Vicepresidente della Camera Luigi Di Maio.

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Nel pomeriggio di venerdì 18, il deputato Marco Da Villa, la consigliera comunale Elena La Rocca e l’avvocato Daniele Vianello hanno discusso, nella sede della Municipalità di Venezia-Murano-Burano, con gli attivisti ed i cittadini sulla pericolosità di una riforma costituzionale che restringerebbe gli spazi di democrazia, spiegando nel merito perché il M5S sostiene convintamente il No alla consultazione popolare.

Nella mattinata di sabato 19, poi, gli attivisti di Venezia e dell’area metropolitana, insieme a cittadini, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali del M5S, nonostante la pioggia, hanno colorato Venezia con una manifestazione a sostegno del No.

Il meteo purtroppo ha impedito di rispettare il programma originario, che prevedeva una “Marcia per la democrazia”, per unire simbolicamente il Ponte della Costituzione alla Riva dei Sette Martiri e al Monumento alla Partigiana. Tuttavia l’evento è stato trasformato in un flash mob, che è riuscito comunque nell’intento di catturare l’attenzione dei passanti sulle storture di una riforma scritta male, oltre che dannosa per l’equilibrio dei poteri.

Questi, in sintesi, i 5 motivi ritenuti alla base del respingimento della riforma Boschi da parte degli organizzatori:

  1. L’illegittimità politica e morale di un Parlamento figlio di una legge elettorale incostituzionale, che non solo intende proseguire fino al 2018 (come se la sentenza 1/2014 non esistesse), ma si permette di cambiare a colpi di maggioranza 47 articoli della Carta che dovrebbe accomunare tutti gli italiani.
  2. L’abolizione non del Senato, ma del diritto di voto per il Senato, che resta e viene snaturato, con 74 consiglieri regionali e 21 sindaci tutti nominati dai consigli regionali (oltre a 5 nominati dal PdR), i quali acquisiscono l’immunità e mantengono la funzione legislativa in diversi casi, come per le leggi costituzionali o di attuazione delle normative Ue, senza essere più eletti dai cittadini.
  3. La complicazione del procedimento legislativo, che prevede dieci diverse modalità di approvazione di una legge, con conseguente probabile aumento dei conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
  4. La ri-centralizzazione prevista nel Titolo V, che aumenta le competenze esclusive dello Stato, addirittura introducendo la “clausola di supremazia statale”, a discapito delle autonomie locali.
  5. Gli effetti del combinato disposto della riforma costituzionale con la legge elettorale, che aprono il fianco a possibili nuove derive autoritarie. Viene meno, infatti, il sistema di pesi e contrappesi che ha regolato la vita istituzionale dell’Italia repubblicana.

Senza dimenticare, infine, la penalizzazione degli istituti di democrazia diretta: le firme necessarie per presentare leggi di iniziativa popolare passano da 50 mila a 150 mila, mentre l’abbassamento del quorum, in caso di referendum abrogativo, è condizionato ad un aumento delle firme, da 500 mila a 800 mila.

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